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LAVORO E SAPERI: FORMAZIONE E ORIENTAMENTO GIOCANO UN RUOLO DECISIVO

Quando pensiamo al lavoro, oggi, lo schema di pensiero attuale ci porta ad una sola verità: “non è più” e “non è ancora”. Da una parte è sva...


Quando pensiamo al lavoro, oggi, lo schema di pensiero attuale ci porta ad una sola verità: “non è più” e “non è ancora”.

Da una parte è svanita l’idea del “lavoro” quale condizione di sicurezza e soddisfacimento dei bisogni che caratterizzava il meno complesso mercato del lavoro fino agli anni ’90, dall’altra la continua richiesta di “flessibilità” impone di considerare l’occupazione come qualcosa di non stabile, di passaggio, insomma come “ciò che ancora non si è ben definito”.

Possiamo affermare che lo schema di lavoro divisibile in fasi, come inteso nella rivoluzione industriale, non è più il modello centrale per considerare il lavoro contemporaneo. Il lavoro subordinato, da sempre garanzia di continuità, viene affiancato dal lavoro autonomo, dal grande numero delle Partite Iva, libero nelle modalità di svolgimento quando non vincolato ad una specifica committenza, dal lavoro in somministrazione, molto spesso caratterizzato da una molteplicità di missioni presso diversi committenti, di contratti a progetto e di collaborazione. 

A queste figure, sempre più precarie, viene richiesta sempre più una conoscenza di settore. Il lavoro da sempre è sapere. Oggi saper essere, sapersi adattare più che saper fare. Il lavoro di concetto si trasforma, sempre più velocemente, in un “processo di ibridazione”, di interazione con le macchine e con l’Intelligenza Artificiale. Rivoluzione, innovazione e progresso non sono stati mai così rapidi e veloci e richiedono l’adattabilità come fattore principale. Anche per questo il “Mercato del Lavoro” nel nostro Paese ha un forte tasso di disallineamento tra “domanda” ed “offerta”. Il fenomeno riguarda due aspetti: da un lato lavori che vengono e verranno presto soppressi dall’automazione, dall’altro lavoratori che non sono abbastanza formati da gestire le tecnologie più avanzate perché le esperienze scolastiche e formative, spesso, non sono all’altezza.

I dati rilevati ci consegnano un quadro su cui riflettere: il 2023 è l’anno di superamento dei livelli pre-covid per domanda di lavoro, ma più del 45% di lavoratori specializzati non si riesce a trovarlo e quindi si verifica una impossibilità di incontro tra domanda ed offerta. Ci deve far riflettere che l’Europa abbia deciso che il 2023 è “l’anno delle competenze”. Skills, una parola su cui vanno declinati i molteplici significati. Le “competenze” diventano il fattore chiave, e non si può negare che, spesso, manchino o non sono adeguate. Se ad esempio pensiamo al settore digitale nell’immaginario comune la figura a cui si pensa è il programmatore, quando, in realtà, le Aziende ormai cercano dei profili che sono a metà tra l’informatico e l’ingegnere. Altro esempio quando si parla di operai. Oggi l’offerta è indirizzata su operai specializzati e per mansioni tecniche e per esperti in logistica.

Sintetizzando possiamo affermare che il divario tra domanda ed offerta ricade sia nelle fasce a più alta competenza che in quelle più basse. Ovviamente il primo a doversi interrogare, su questo disallineamento, è il “sistema formativo” e il finanziamento, a più livelli, che dovrebbe garantire un buon sistema di adeguamento delle competenze e delle Politiche Attive.

Sicuramente bisogna cambiare prospettiva anche di dialogo a più livelli: la formazione e l’orientamento restano le uniche chiavi dell’occupabilità e di un lavoro dignitoso. La formazione è la risposta alla folle prospettiva della competitività e dell’”uno contro uno”. Il dialogo, prima di tutto culturale, deve rimettere al centro il sapere che va coltivato per tutta la vita.